giovedì 2 febbraio 2017

LA SHOAH A FUMETTI: 9 OPERE PER RIFLETTERE.

Non è mai facile parlare di Shoah. Dopo oltre settant'anni sembra ancora troppo vicina e si rischia di cadere sul patetico fin troppo facilmente, oppure soffermarsi troppo sulle atrocità commesse dai nazisti e i loro fiancheggiatori.
In questa introduzione mi limiterò a specificare che le scelte fatte sono frutto delle mie letture nel corso degli anni e, come tutte le scelte sono soggettive e potreste non condividerle.

MAUS di Art Sipegelman

Il capolavoro assoluto sull'argomento.
I figli dei sopravvissuti alla Shoah si sono ritrovati a confrontarsi con la tragedia vissuta dai loro genitori: Art Spiegelman ha deciso di affrontare la cosa realizzando un’opera narrativa di grande impatto.
In breve, la storia racconta la vita di Vladek, padre di Art, durante il periodo di occupazione nazista in Polonia: dai giorni felici a Sosnowiec, alla deportazione ad Auschwitz. Tutta la storia è riprodotta con un’accuratezza storica molto attenta, ma l’autore si è concentrato soprattutto sul lato umano dei personaggi: lo stesso Vladek viene ritratto con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Non c’è un eroe che sopravvive e ha la meglio sui suoi aguzzini, ma un uomo normale che si ritrova in situazione in cui l’unica opzione è sopravvivere a qualsiasi costo.


AUSCHWITZ di Pascal Croci

Di tutte le opere, quella di Pascal Croci è, a mio parere, quella meno riuscita: gli stessi disegni non entusiasmano e la storia è troppo “didattica”. Kazik, il protagonista si trova nella Bosnia del 1993, durante la guerra dei Balcani. La memoria viaggia indietro ai suoi giorni di prigionia nel campo di Auschwitz, con la famiglia fino alla liberazione. Il libro si chiude con l’uccisione dell’anziano Kazik e della moglie da parte di una pattuglia di militari.





LA PORTA DI SION di Walter Chendi

Ambientato nella Trieste del 1938, racconta la storia del giovane Jacob che, a causa dell’approvazione delle leggi razziali decide di lasciare l’Italia per la Palestina. Sarà un Storia molto bella, scritta con cura e precisione storica. Sarà un viaggio di formazione sentimentale sospeso tra la speranza di una terra promessa e la paura di restare in una nazione che potrebbe non accettarlo più. L’autore riesce ad affrontare l’argomento Shoah senza entrare nei campi di concentramento. L’altra protagonista è la città di Trieste, dove esisteva una delle comunità ebraiche più numerose e radicate d'Italia e punto di passaggio per i tanti ebrei che, in fuga dai paesi europei, si imbarcano per l'ultima parte del viaggio verso la Palestina.

LA SECONDA GENERAZIONE di Michel Kichka

Una storia che racconta del peso della memoria che i figli dei sopravvissuti hanno dovuto sopportare. L’argomento si ricollega in parte al rapporto tra Spiegelman e il padre Vladek e ribadisce il fatto che percorso della salvezza non implica necessariamente un’educazione all'amore. Il padre di Michel, Henri è un personaggio di una certa fama che racconta la sua esperienza di deportato e accompagna le scolaresche in visita nei campi di concentramento. Non ha mai fatto lo stesso con la propria famiglia, con la quale ha un atteggiamento fatto di battute e a cui non ha mai raccontato la sua tragedia. Il suicidio del fratello minore di Michel scatena nel padre un fiume di ricordi che danno l’impressione di una giustificazione nei confronti della famiglia,

ESPERANTO di Otto Gabos

Opera complessa, che a una prima lettura può sembrare l’ennesimo racconto distopico, Esperanto si rivela una lettura originale.
Esperantia è una sorta di città stato. Per scongiurare l’ennesimo conflitto, viene deciso che l’equilibro tra le potenze venga gestito tramite il gioco: giunta sull'orlo della guerra civile, la catastrofe viene evitata grazie alla creazione delle case da gioco.
Altra caratteristica di Esperantia sono le industrie, e, in una di queste, a capo della sicurezza, troviamo Muntzen, il quale pianifica un colpo di Stato.
A cambiare gli equilibri, arriva Bemporad, personaggio dalle origini misteriose, che propone un gioco di simulazione militare chiamato “La Seconda Guerra Mondiale”, che ha come simbolo una svastica.”. Una volta pubblicato, il gioco raccoglie un successo enorme.
Durante la lettura si scoprirà che sia Muntze che Bemporad provengono dal nostro universo e sono fuggiti da un campo di concentramento nazista, prima dell’arrivo delle forze armate sovietiche. Muntzen era un gerarca nazista, Bemporad un ebreo internato, la cui conoscenza del misticismo ebraico, ha permesso a entrambi di fuggire verso una realtà parallela. Ad Esperantia, Muntzen tenta di riproporsi nelle vesti di un nuovo Fuhrer, mentre Bemporad, cercherà di impedire il ripetersi della tragedia vissuta.
Pur non essendo un’opera sulla Shoah in senso stretto, Esperanto nasce da una riflessione sulla possibilità che essa si ripeta (e la guerra nella ex Yugoslavia lo ha dimostrato) e sul fatto che entrambi, vittime e carnefici, nonostante siano passati così tanti anni rimarranno legati al proprio ruolo.

MAGNETO: TESTAMENTO di Greg Pak, Carmine Di Giandomenico

Il mio nome è Max Eisenhardt.
Sono stato un Superkommando ad Auschwitz per quasi due anni. Ho visto migliaia di uomini, donne e bambini camminare incontro alla morte. Ho portato fuori i loro corpi dalle camere a gas. Ho estratto loro i denti, cosicché i tedeschi potessero prendere l'oro. Li ho portati ai forni, dove ho imparato a disporre insieme i corpi di un bambino e di un vecchio perché bruciassero meglio. Ho visto i miei compagni sepolti vivi da una montagna di cadaveri putrefatti. Ho visto migliaia di persone assassinate bruciare in giganteschi pozzi esterni. Ho visto morire con i miei occhi almeno un quarto di milione di esseri umani.
Magneto è uno dei personaggi più affascinanti che la Marvel ha creato: se nelle prime apparizioni era un semplice cattivo che si opponeva agli X-Men, con Chris Claremont è stato trasformato in un uomo complesso. La sua storia, fatta di perdite affettive dovute all'odio umano, lo hanno trasformato in uno spietato salvatore della razza mutante attraverso la dominazione del mondo.
In questo volume Greg Pak e Carmine di Giandomenico, ci raccontano del giovane Max Eisenhardt, diverso in quanto ebreo, ancor prima che mutante, il quale vive sulla sua pelle le persecuzioni naziste, fino all'internamento ad Auschwitz. Max che poi diverrà Magneto è utilizzato come coscienza collettiva, come strumento narrativo. Il potente mutante rimane in secondo piano, e fa capolino raramente, mentre il ragazzo è lì, a ricordarci cosa voleva dire essere ebreo durante il nazismo.
Rimane il fatto che nonostante le sue esperienze, Magneto si sia trasformato da vittima a carnefice, non esitando a sacrificare innocenti e in nome della preservazione della razza superiore.

IL COMPLOTTO di Will Eisner

Uscito postumo in Italia, “Il complotto” non è un volume di finzione, bensì la storia documentata di una delle invenzioni più perverse mai create: i Protocolli dei Savi di Sion. Questi documenti proverebbero un piano sionista per la conquista e il dominio del mondo. Nonostante sia stata accertata la loro falsità, in molte parti del mondo, compreso quello occidentale, vengono utilizzati ancora oggi come prova per giustificare teorie antisemitiche da parte di gruppi di estrema destra e estremisti islamici.
Da studioso di quella che lui chiamava graphic novel, utilizza il linguaggio fumetto per raccontare una storia a tratti incredibile anche a chi pensava che fosse roba per ragazzi. 
Il punto di partenza di Eisner è semplice, ma con solide basi: la consapevolezza del pregiudizio verso la religione e cultura ebraica.
“Ogni volta che a un gruppo di persone si insegna ad odiarne un altro, si inventa una menzogna per fomentare l’odio e giustificare un complotto”. Un punto di vista chiaro confortato, nella prefazione del volume da Umberto Eco che ci svela come la creazione dei Protocolli sia opera del servizio segreto dello Zar Nicola II, per giustificare la persecuzione degli ebrei in Russia.

LA STELLA DI ESHTER di Eric Heuvel, Ruud van der Rol, Lies Schippers

Nata come opera didattica per le scuole tedesche, “La stella di Eshter”, lascia poco alla libertà degli autori, ma rimane vincolata a una ricostruzione storica da cui i ragazzi possano partire per poi approfondire.
Il titolo originale, “De zoektocht” (La ricerca) esprime bene questo concetto. La protagonista, Eshter, pur essendo una testimone e una vittima, possiede una visione parziale, così come i giovani lettori, essendo fuggita dalla Germania nel 1938. Il suo ricordo è parziale e decide, accompagnata dalla famiglia del figlio, e di un amico del nipote, di partire alla ricerca di coloro che sono rimasti indietro.
Non avendo partecipato agli eventi, il gruppo può solo ricostruirli trasmetterli alle generazioni future.

L’UOMO CHE SCOPRI’ L’OLOCAUSTO di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso

Jan Kozielewski (1914-2000) è stato molte cose: un sottufficiale polacco, un uomo della resistenza, un prigioniero politico, una spia alleata. Ma soprattutto è stato testimone degli orrori nei lager nazisti. Come tale ha da subito denunciato tanto le condotte dell’esercito tedesco, quanto quelle dei sovietici, alleatisi nell'ultima parte della guerra con le forze angloamericane. Ma, soprattutto, ha cercato di raccontare cosa accadeva nei campi di concentramento. Sfortunatamente il suo racconto si è fermato davanti all'indifferenza dei paesi alleati nei confronti dello sterminio di milioni di ebrei in Europa. L’atteggiamento degli Alleati ha contribuito a rendere ancora più drammatico il numero dei morti.
Quella di Jan Karski è una storia che per ragioni politiche è sempre stata tenuta in secondo piano e che non ha avuto l’importanza che meritava. Tra i meriti di questo volume c’è quello di riportarla alla luce dando i giusti meriti a un eroe dimenticato.

martedì 17 febbraio 2015

L'importanza di chiamarsi Hayao Miyazaki parte 6: Kiki consegne a domicilio


TRAMA
Kiki è una giovane strega che come da tradizione, compiuti i 13 anni parte da casa sulla sua scopa in compagnia soltanto di Jiji, il suo gatto nero, per l'anno di noviziato da svolgere in un'altra città. Dopo aver superato una tempesta ed aver incontrato un'altra giovane strega ormai al termine del suo tirocinio, Kiki raggiunge una caratteristica cittadina di mare, meta prefissata nell'immaginario della ragazzina fin dalla sua partenza.
Le prime esperienze in città, per lei che dopotutto è una ragazza di campagna, non sono però positive e Kiki, scossa dall'accoglienza piuttosto fredda e deludente del luogo, si rende conto che forse aveva fin troppo idealizzato quell'avventura tanto attesa da piccola e che probabilmente quella città non era il posto giusto in cui fermarsi. Fortunatamente si imbatte nella gentile Osomo, una giovane fornaia che in cambio di un aiuto nel suo negozio le offre un alloggio in cui abitare. Kiki può finalmente mettere a frutto l'unica arte magica che possiede, quella di saper volare sulla scopa, e apre una piccola attività di consegne volanti di pacchi.
Kiki comincia quindi ad inserirsi nel tessuto della cittadina e impara lentamente a distinguere il lato buono che in fondo c'è in tutte le persone. Durante questa sua lenta maturazione, Kiki è talvolta euforica e talvolta depressa con repentini sbalzi di umore, e ne fa le spese il povero Tombo, un ragazzo di città affascinato dal volo, suo coetaneo e suo primo vero amico, che non sempre riesce a capire il carattere difficile della ragazza.
Un giorno però accade un evento apparentemente inspiegabile: la capacità di volare che Kiki possedeva fin da bambina, sembra svanita. Kiki è disperata e solo allora comincia a rendersi conto di cosa veramente rappresenti l'anno di noviziato: riuscire a trasformare le proprie attitudini e il proprio talento di bambina nell'attività da svolgere da adulti. Qualora avesse fallito, lei non avrebbe avuto più alcun valore. Con l'aiuto di Ursula, una sua amica pittrice, capisce però che la perdita dell'ispirazione o la paura di non essere in grado di svolgere il proprio compito, è una cosa naturale e che solo riuscendo a superare questi momenti di sconforto si può crescere e maturare.
Improvvisamente per televisione viene trasmesso un servizio in diretta: un dirigibile ancorato presso la cittadina ha rotto gli ormeggi a causa del forte vento ed è in balia della tempesta. Kiki si rende conto che il suo amico Tombo era salito proprio su quel dirigibile ed ora era rimasto aggrappato ad una fune fuoribordo. Mentre il dirigibile viaggia senza controllo sui tetti della città, Kiki riesce a superare il blocco psicologico che non le permetteva più di volare e a cavallo di uno spazzolone finalmente si libra nell'aria per salvare il suo amico.
CONSIDERAZIONI
Uscito nel 1989, “Kiki consegne a domicilio” (Majo no takkiūbin) è l’ennesimo gioiello diretto da Hayao Miyazaki. Anche questa volta il Maestro ci regala un’opera dalla qualità tecnica eccelsa (vennero usati 462 colori) che ancora oggi stupisce per la resa dei personaggi, e degli ambienti. Tratto dal romanzo Kiki, Majo no Takkyūbin pubblicato in Italia come Kiki’s Delivery Service - Kiki - consegne a domicilio da Kappa Edizioni nel 2002, insieme al seguito “I nuovi incantesimi di Kiki”, Miyazaki, accettò di portarlo sullo schermo complice Toshio Suzuki, il quale fece molte pressioni affinché ne venisse realizzata una versione animata.
In Giappone ebbe un successo enorme e ancora oggi è una delle opere più famose di Miyazaki.
Il film è una metafora (raccontata in maniera leggera, ma non superficiale) del passaggio alla vita adulta e alla ricerca del proprio posto nel mondo, attraverso l’abbandono della famiglia per avventurarsi in una realtà estranea dove realizzarsi.
Un percorso non privo di crisi, ma che fa parte dell’ordine delle cose: la perdita della capacità di volare permetterà a Kiki prendere coscienza del cambiamento che sta avvenendo in lei. Una volta preso atto della necessità di utilizzare i suoi poteri in maniera più “adulta”, questi torneranno
La protagonista ha dalla sua un’indole buona di che utilizza per risolvere i problemi, aiutata da un gruppo di amici che ben caratterizzati:
Osana, la panettiera e di suo marito, silenzioso, che preferisce esprimersi sfornando pane.
Tombo, appassionato di volo, sognatore è il punto di riferimento di Kiki in città. Dal carattere aperto, subisce gli sbalzi di umore della protagonista, ma la coinvolge nel disastroso volo inaugurale del suo aereo.
Jiji, un gatto nero dotato di parola, che funge da consigliere, ma che perde la sua parte umana quando si innamora di una gattina bianca.
Ursula, pittrice che rappresenta il lato adulto di kiki, a cui indica la strada per superare la sua crisi, mostrandole come ha trasformato la passione che aveva da bambina nella sua attività da adulta.


La colonna sonora, ad opera d Joe Hisashi, coadiuvato da Isao Takahata alterna momenti allegri ad altri malinconici. Le canzoni principali sono l’iniziale Rouge no Dengon e la conclusiva Ysashisa ni Tsusumaretanata, entrambe di Yumi Arai.

L’edizione americana (da cui deriva quella italiana) è ricca di interventi e modifiche: musiche aggiuntive, trasformazione della voce di Jiji da femminile a maschile; caffè che diventa cioccolato per paura che i bambini possano bere del caffè.
Per non parlare della crociata lanciata dai cristiani conservatori del Concerned Women for America di boicottare l’animazione giapponese accusando la Disney (che distribuiva il film) di voler diffondere la stregoneria negli Stati Uniti (Sigh!).


lunedì 26 gennaio 2015

L'importanza di chiamarsi Hayao Miyazaki parte 5: Il mio vicino Totoro

TRAMA
La storia è ambientata nell'hinterland della Tokyo degli anni cinquanta. Le sorelline Satsuki e Mei si stanno trasferendo col padre a Tokorozawa, un piccolo villaggio di campagna. Il trasferimento serve per andare a vivere più vicini alla loro mamma che è ricoverata in ospedale. Inizia così il loro viaggio alla scoperta di un mondo nuovo, ma soprattutto alla scoperta della natura.
Il loro primo incontro è coi "nerini del buio" o "corrifuliggine" (makkurokurosuke osusuwatari in originale), spiritelli della fuliggine che occupano le vecchie case abbandonate e che solo i bambini possono vedere. In seguito, Mei, esplorando la sua nuova casa e seguendo delle tracce di ghiande, s'imbatte in due spiritelli, uno piccolissimo dal pelo bianco e uno più grande e azzurro: seguendoli fin dentro il grande albero di canfora che domina sulla zona, incontra Totoro, uno spirito buono dall'aspetto un po' pittoresco: un incrocio tra una talpa, un orso e un procione. È un personaggio che Mei ha già visto in un libro di fiabe, un troll, in giapponese tororu, ma la bambina avendo solo quattro anni ne storpia il nome in totoro. All'inizio suo padre e sua sorella sono increduli, ma quando non riescono a ritrovarlo non si stupiscono: il padre spiega che è il custode della foresta, e vederlo è un privilegio che non può essere concesso sempre e a tutti.
Una sera, le due bambine vanno incontro al padre alla fermata dell'autobus, sotto la pioggia, e incontrano Totoro, che aspetta un autobus molto speciale, il "Gattobus" (Nekobus), un autobus peloso con muso di gatto e 12 zampe che si muove a grande velocità superando qualunque ostacolo, assecondato dagli alberi che si scostano al suo passaggio, visibile solo a pochi. Nell'attesa, Satsuki offre un ombrello a Totoro, che le regala dei semi da piantare nel giardino della casa. Totoro infatti è uno spirito della natura, colui che porta il vento, la pioggia, la crescita, la maturazione. Una notte passa a far spuntare i germogli degli alberi, e poi volando come il vento fa fare un viaggio alle due bambine: forse però è stato solamente un sogno, ma la mattina i germogli sono spuntati veramente.

Un giorno Mei, arrabbiata perché la madre non può ancora tornare a casa e preoccupata per le sue condizioni a causa di un preoccupante telegramma inviato dall'ospedale in assenza del padre, decide di andare da lei per darle una pannocchia di granturco raccolta nel giardino della nonnina. Ma è troppo piccola per affrontare il viaggio sino all'ospedale da sola e infatti si perde. Disperata, Satsuki si rivolge a Totoro che chiama il Gattobus, il quale la porta in un attimo dalla sorella ed infine dalla madre. Ovviamente nessuno dei genitori si accorge di nulla, agli adulti infatti è preclusa la vista di eventi così fantastici, ma alla madre pare di scorgere le due figlie che ridono felici sull'albero del parco dell'ospedale mentre sorpresa trova la pannocchia di Mei sul davanzale della finestra.
CONSIDERAZIONI
"Il mio vicino Totoro" è un film che nonostante possa apparire un prodotto rivolto ai più piccoli, affronta un argomento “da grandi”: nello specifico, le difficoltà derivanti dalla malattia della madre delle due protagoniste. Nel film non è presente l'avventura in senso classico, bensì la vita quotidiana che convive con un mondo fantastico. L'incontro col meraviglioso, che nel film è ben rappresentato dalle scene come la scoperta del Totoro (che diventerà icona e logo dello storico Studio Ghibli fondato da Hayao Miyazaki e Isao Takahata) dopo il tunnel di alberi, da Totoro che fa crescere una sequoia in pochi attimi, dalla corsa sul Nekobus (un gatto-bus) viene visto con meraviglia, ma mai con incredulità. Il film ha molto anche dei racconti di formazione: Mei e Satsuki subiscono un'evoluzione durante il film. La lontananza della madre diviene sempre più forte e l'incontro con gli spiriti della foresta (che hanno una funzione protettiva) coincide con il cambamento. Non manca un richiamo alle fiabe, infatti Mei riconosce nei makkurokurosuke, i folletti della fuliggine, e in Totoro, il guardiano della foresta, visti nelle illustrazioni di un libro).

Il rispetto verso la Natura di Miyazaki in quest’opera esplode con forza: Il messaggio che le immagini raccontano (vaste distese, piccoli torrenti, cieli sereni e tempeste), in Totoro stesso che rappresenta la natura, ma anche nelle scene di vita quotidiana, fatta di cose semplici e genuine come il rapporto che si instaura tra le bambine e una “nonnina” che le adotta; quello stretto e affettuoso con il padre, e quello sincero e complice tra le sorelle, solido anche nelle difficoltà
Il mio vicino Totoro è anche un film sul ciclo della vita (nella famosa scena dove alla fermata dell’autobus, sotto la pioggia, Satsuki presta un ombrello a Totoro e in cambio riceve un sacchetto di semi. Semi che rappresentano una metafora sulla vita). I nomi delle protagoniste, invece significano “maggio”, il mese in cui tutto fiorisce: “Mei” dall’equivalente “May” inglese, Satsuki dal giapponese medievale.

Nonostante sia uscito nel 1988 (in Italia abbiamo dovuto attendere il 2009 per poterne vedere un’edizione doppiata, visto che comunque circolavano delle VHS in lingua originale, sottotitolate), rimane comunque un prodotto godibile, anzi, resta sempre attuale, anche perché  alcuni aspetti della trama rimangono comunque aperti.
La cura nella realizzazione degli ambienti e degli sfondi, i colori vivissimi che ricordano a quelli della natura e i visi dei personaggi espressivi, hanno contribuito al successo del film, il quale ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti tra cui quello come miglior film al Mainichi Film Concours e al Kinema Jumpo Awards nel 1989, il Premio Speciale del Blue Ribbon Award nel 1989, e la nominational Best Genre Video Release e al Saturn Awards nel 1995.

Come sempre le musiche del fidato Joe Hisaishi accompagnano la narrazione con delicatezza. Accattivante il pezzo "Tonari no Totoro", diventato ormai un classico in Giappone (tanto che viene insegnato nelle scuole): lo canterete senza rendervene conto.

"Il mio vicino Totoro" è una grande lezione sull’importanza del meravigliarsi, dello stupirsi, del potere che hanno i bambini, di poter vedere ciò che a noi adulti è precluso.

domenica 12 ottobre 2014

LABYRINTH: A MAGIC DANCE!

TRAMA
Sarah è una quindicenne figlia di genitori separati; la madre è una attrice famosa, mentre il padre si è risposato con una donna che lei non accetta (in realtà la matrigna non è ostile, anzi cerca a volte di aiutarla ma lei rifiuta ogni contatto) e si rifugia costantemente in un mondo di fiabe e balocchi. Una sera la ragazza deve fare da al nuovo fratellino (avuto dal padre con la nuova compagna, e per questo odiato da Sarah), spaventato baby sitter dal temporale.
Sarah prova a calmare le sue urla raccontandogli la storia, contenuta nel suo libro preferito (intitolato The Labyrinth), che narra di una ragazza che ha ricevuto dei poteri speciali dal Re dei Goblin. Nel libro la ragazza non sopporta più la sua vita e desidera che gli gnomi portino via suo fratellino. Non appena Sarah termina di raccontare al piccolo la storia spegne la luce, esclamando "Spero proprio che gli gnomi ti portino via, all’istante". Immediatamente, il pianto di Toby tace, e Sarah entra nella stanza per scoprire che gli gnomi lo hanno rapito davvero.
Appare un barbagianni che si trasforma nel Re dei Goblin, Jareth, e le rivela di aver rapito il bambino come lei ha chiesto e di essere venuto per farle un dono in cambio: una piccola sfera di cristallo in cui, dice, sono contenuti i suoi sogni. Offeso ma scherzoso, quando lei rifiuta il dono e dice di rivolere il bambino indietro, Jareth le dà 13 ore per trovare Toby prima che diventi anch’egli uno gnomo. Così Sarah, pentitasi, deve trovare al più presto una strada per il centro di un fantastico labirinto e poter riportare così Toby a casa.
Il labirinto si rivela molto complicato da attraversare, costellato di puzzle e test. Sarah incontra per primo Gogol, un nano (o gnomo) che spruzza veleno alle fate all’entrata del labirinto. Lei lo paga con un suo braccialetto per farsi guidare al centro del labirinto. Più tardi Gogol si rivela essere la paurosa ed esitante spia di Jareth, tuttavia alla fine parteggerà per Sarah. Gli altri compagni di avventura sono Sir Didymus, una cavalleresco cane yorkshire che cavalca un cane da pastore e sta di guardia ad un ponte per mantenere un sacro (ed insignificante) giuramento, e Bubo, un gentile bestione che Sarah salva da alcuni scagnozzi di Jareth. Dopo molte disavventure, incluso l’incontro di Sarah con degli scatenati folletti con gli arti smontabili che provano a staccare la testa della protagonista, una deviazione imprevista alla Gora dell’Eterno Fetore, ed una allucinazione dovuta ad una pesca avvelenata provocata da Jareth, Sarah arriva al castello e alla sua squallida città, situati al centro del labirinto.

L’apice del film si ha nel castello multidimensionale di Jareth, ispirato ai quadri di Escher, dove egli prova a confondere e spaventare Sarah, facendo un ultimo appello chiedendole di diventare la sua regina. Lei però lo rifiuta, ripetendo, durante il rintocco dell’ultima delle tredici ore concessegli da Jareth, la frase che non ricordava mai quando provava ad interpretare la protagonista del suo libro preferito: "Tu non hai alcun potere su di me". La stanza in cui si trovano crolla e Sarah si ritrova nell’ingresso di casa con l’orologio che batte la mezzanotte e un barbagianni che vola via, presumibilmente Jareth sconfitto.
Nella sua stanza, Sarah raccoglie alcuni dei suoi giocattoli e ritorna nella stanza di Toby per ridargli il suo orsacchiotto Lancillotto. Mentre si libera di tutte le cose sulla sua toeletta (pupazzi, trucchi, corone di plastica) ed è chiaramente confusa, non sapendo se questa è la svolta decisiva nella sua vita fra essere una adulta o rimanere una giovane ragazza, appaiono Gogol, Bubo e Sir Didymus come immagini nello specchio. Loro sembrano accomiatarsi da lei non appena Sarah si lascia dietro le fantasie dell’infanzia, ma le ricordano che ci saranno "se dovessi aver bisogno di noi". Sarah, comunque, insiste che anche quando lei diventerà matura, avrà sempre bisogno di loro, e il film si chiude con tutte le creature di Labyrinth che celebrano il rifiuto di Sarah di abbandonare la sua immaginazione. Fuori dalla finestra, il barbagianni Jareth osserva la festa accettando che la ragazza non lo ama e se ne va per sempre nel suo regno.


CONSIDERAZIONI
Film del 1986, diretto da Jim Henson su un suo soggetto e di Dennis Lee, e sceneggiatura di Terry Jones dei Monty Phiton.
Ispirato in parte ad Alice nel paese delle meraviglie e Il mago di Oz, Labyrinth diventerà una fonte di ispirazione per successivi registi (qualcuno ha detto “il labirinto del Fauno”?).
Una delle particolarità del film è il cast: Jim Henson (creatore dei Muppets) aveva diretto, nel 1982, “The Dark Crystal”, in collaborazione con Frank Oz, sfortunato esperimento fantasy interamente realizzato con l’impiego di marionette e pupazzi. Il fallimento convinse Henson ad affiancargli un cast umano e a smorzare le atmosfere dark del precedente film.
Vennero coinvolti due personaggi che avrebbero garantito un notevole apporto artistico ed economico: David Bowie e George Lucas.
L'idea di coinvolgere un’icona glam rock come Bowie, oltre a dare un notevole contributo recitativo, consentì dei sipari musicali tra una scena e l’altra. Bowie, ambiguo già di suo, interpretò alla grande il ruolo del Re di un mondo assurdo. Ne venne fuori una figura affascinante, ma allo stesso tempo tragica. Un sovrano triste e solo, Re di un popolo orribile a cui non sembra appartiene. Il rapimento del piccolo fratellino di Sarah, sembra essere un modo per poterla attirare e convincerla a dividere con lui il regno dei Goblin.

George Lucas, come produttore esecutivo, e la sua Lucasfilm garantirono un buon investimento economico.

Come protagonista femminile venne scelta una giovanissima Jennifer Connelly, che aveva appena recitato in Phenomena di Dario Argento.
Henson scelse la Conelly perché incarnava sia l’innocenza di una bambina che la sensualità di una ragazza (che poi è uno dei temi portanti del film, visto che la trama non è altro che una riflessione sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza). Il labirinto è la strada tortuosa, piena di trappole, trabocchetti, indovinelli, personaggi bizzarri, che tutti dobbiamo attraversare per diventare adulti.
Tutti i luoghi, i personaggi e i riferimenti che si trovano nella camera di Sarah, lasciano il dubbio che l’avventura sia un frutto della sua immaginazione. Anche le parole che usa per sconfiggere Jareth alla fine sono le stesse che pronuncia all’inizio del film, mentre gioca.
Ambientato in un mondo incantato, il labirinto protagonista del film fu ispirato alle opere di Escher, e nonostante i mezzi limitati per l'epoca (la computer graphic stava appena nascendo e venne usata solo nella scena in cui Jareth si presenta a Sarah), in cui tutto doveva essere costruito e animato a mano, risultò qualcosa di incredibile per i tempi.
Il costume dello gnomo Gogol era un sofisticato animatronics: il volto era mosso da un sistema di servomotori che consentivano agli animatori di comandare le espressioni facciali.
Il design delle creature fu affidato a Brian Froud, disegnatore inglese conosciuto per il libro Fate, realizzato in coppia con Alan Lee (famoso per i disegni ispirati al mondo di Tolkien).
Le sfere di cristallo con cui gioca Jareth, erano in realtà fatte girare da un giocoliere,Michael Moschen, nascosto dietro Bowie.
Per riuscire a produrre tutte gli effetti speciali e le scenografie, i costi di produzione salirono vertiginosamente e non riuscì a coprire i costi: costato più di 25 milioni di dollari, in patria ne incassò 12,5.
Anche la critica non accolse molto positivamente il film: chi lo considerava troppo fiabesco; chi eccessivamente grottesco e terrificante.
Non furono risparmiati neanche i due protagonisti oggetto di molte critiche per le loro interpretazioni.
In definitiva Labyrinth è  il classico film troppo avanti per poter essere capito dalla critica del periodo.
Per chi non avesse visto il film esiste un’ottima edizione in DVD e in Blu Ray, con numerosi speciali.


sabato 11 ottobre 2014

L'importanza di chiamarsi Hayao Miyazaki parte 4: Laputa - Il Castello nel Cielo


TRAMA
La storia inizia con una bambina, Sheeta, che, per scappare da un gruppo di pirati dell'aria intenzionati a catturarla, scivola dall'aeronave su cui stava viaggiando e cade dal cielo su un villaggio. Durante la caduta una misteriosa luce avvolge la piccola, che improvvisamente inizia a galleggiare nell'aria, fino ad atterrare dolcemente nelle braccia di un ragazzo orfano, Pazu, di ritorno alla fine del suo turno in miniera.
Dopo averla soccorsa, Pazu la porta nella sua casa. La mattina, appena svegli i due fanno subito amicizia, e durante la conversazione Pazu scopre che Sheeta è una discendente del popolo di Laputa, abitanti di una leggendaria città-castello volante che viaggia nel cielo da centinaia di anni nascosta dalle nuvole. In pochi credono alla esistenza del castello, ma Pazu ne è convinto grazie al fatto che suo padre, anni addietro, riuscì a fotografare parte della imponente struttura. Pazu racconta che persino nel romanzo I Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift vi è una descrizione del castello. Il ragazzo decide quindi di aiutare Sheeta a ritornare nella sua città e insieme intraprendono una lunga avventura, costantemente inseguiti dai pirati e dall'esercito.
Uscito nel 1986, è il primo film ufficiale dello Studio Ghibli, dopo il successo di Nausicaä della Valle del Vento.
CONSIDERAZIONI
Il film è ispirato in parte da I Viaggi di Gulliver (1726) di Jonathan Swift, ma Miyazaki ci aggiunge una certa dose di misticismo e critica a certi atteggiamenti distruttivi degli uomini di potere. Ancora una vota il tema ecologista viene rappresentato con forza, così come la distruzione della civiltà a opera dell'uomo: da ricordare la scena in cui il robot gigante si adopera, non per attaccare i due protagonisti, ma per evitare che il loro velivolo calpesti un nido d'uccelli, oppure la scena in cui un robot cerca di proteggere Sheeta dall'esercito facendole scudo con il proprio corpo, oppure ancora, quando porge loro un fiore; sono immagini che toccano le corde della sensibilità dello spettatore e che portano a riflettere sui possibili sentimenti di un robot, di come una creatura tecnologica possa vivere in simbiosi con la natura e rispettarla.
Di contro, la frase che pronuncia alla fine Sheeta, distrugge la parte tecnologica, perché Laputa perde la fortezza, l'edificio, le mura, i robot, ma sopravvive un vigoroso albero dalle possenti radici e tutta la rigogliosa vegetazione circostante.
Inoltre, come in "Nausicaä", anche qui Miyazaki pone l'accento sul volo, i venti, gli aerei, tanto che diventano i soggetti stessi dell'opera, tante sono le sequenze che li riguardano.
I due protagonisti appaiono come la versione più matura di Conan e Lana, di Conan il ragazzo del futuro, serie animata del 1978.
La loro caratterizzazione, risalta il fatto che gli adulti sono ossessionati dal potere o dal denaro, mentre i due si prendono cura l'uno dell'altra; si sfiorano, si prendono per mano, si abbracciano, si legano l'uno all'altra. C'è un contatto fisico costante, che non è solo affetto, ma è anche simbolo di fiducia e collaborazione. Inoltre, la missione di trovare Laputa è per loro più un'ideale da raggiungere, che una ricerca materiale.
Degli altri personaggi, da citare alcuni secondari, ma molto ben caratterizzati: come il colonnello Muska, il cattivo del film, il quale, nonostante i modi educati, risulta spietato e avido di potere. Ci viene mostrato come uno dei personaggi più violenti e crudeli tra quelli creati da Miyazaki. E' determinato a perseguire i propri interessi, non esita a colpire Sheeta, addirittura le punta la pistola addosso e la usa almeno un paio di volte per tagliare via le sue trecce, inoltre delira come un pazzo, e non fa una bella fine.
Ma è soprattutto Dola e i suoi scatenati figli a risultare i personaggi meglio riusciti. Buffi e un po' idioti, addirittura talvolta ingenui, emerge un'ironia più accesa rispetto alle altre creature di Miyazaki. Dola, da avversaria di Pazu e Sheeta, diventa una sorta di seconda madre e li accompagnerà verso Laputa.
Non manca l'azione, come non la rivedremo più nei film di Miyazaki: dall'assalto dei pirati all'aeronave di Muska all'inseguimento dei ragazzi, dalla rissa in città all'inseguimento sui binari del treno, dai bombardamenti dell'esercito contro il gigantesco robot al frenetico recupero di Sheeta, dal governare le correnti avverse, al tentativo di Pazu di raggiungere Sheeta che si trova con Muska.
La colonna sonora è ancora opera di Joe Hisaishi, collaboratore fidato di Miyazaki. Stupendo il tema principale che fa capolino in vari momenti del film.


In conclusione, è un film di gran lunga superiore alla maggior parte delle produzioni realizzate in Giappone in quel periodo. L'abilità registica e narrativa di Miyazaki, l'ambientazione, i valori espressi dal film, che emergono nonostante la semplicità della storia, lo rende un film che offre un'avventura splendida e mozzafiato e al tempo stesso un'esperienza visiva spettacolare, incarnando in pieno l'essenza dello studio.

martedì 7 ottobre 2014

L'importanza di chiamarsi Hayao Miyazaki parte 3: Nausicaä della Valle del Vento


TRAMA

Mille anni dopo una Guerra Mondiale, un regno ai confini con il mare conosciuto come La Valle Del Vento è una delle poche uniche zone ancora popolate. Il regno è governato da Jihl che ha una figlia, la coraggiosa Principessa Nausicaä. La ragazza ha due doni, il primo di saper cavalcare il vento e volare come gli uccelli e l’altro di sapere comunicare con gli Ohmu, giganteschi insetti a guardia della foresta tossica che si estente intorno a tutta la Terra. Così Nausicaä insieme ai suoi coraggiosi compagni e agli abitanti della Valle, cercherà di ripristinare il legame tra umanità e Terra.

CONSIDERAZIONI
Secondo film di animazione diretto da Miyazaki nel 1984, è uno dei più amati dai fan del maestro giapponese e risulta essere il coronamento dell’apprendistato del regista.
Quest’anno (2014) si festeggia il trentesimo anniversario della sua uscita e, nonostante l’età (a parte qualche “antichità tecnica”) mantiene ancora tutto il suo fascino.

E’ il film manifesto del regista, in cui riversa tutte le tematiche che ritroveremo nelle opere successive: la forte caratterizzazione delle sue eroine, lo stile del disegno, l'impegno ecologista, ecc. Una storia che emoziona e commuove, ma che si concentra verso grandi problemi come l'ecologia e la cieca brama di distruzione dell'uomo che appare comunque impotente di fronte alla capacità della natura di rinnovarsi, di rigenerarsi. L'uomo altro non è che un elemento transitorio in un pianeta di cui non è padrone e al quale deve sottomettersi se vuole sopravvivere.

Non è stato il suo primo contatto con la fantascienza, già con Conan il ragazzo del futuro aveva toccato, seppur con un taglio più leggero, tematiche quali il ribellarsi della natura alla distruzione scatenata dall’uomo, l’importanza dei sentimenti e il grande senso del sacrificio. Con Nausicaä ci trasporta in un’atmosfera che richiama il fantasy tecnologico alla Metal Hurlant (storica rivista francese degli anni 80) dandogli un taglio più adulto.


Nato come manga e portato avanti tra il 1982 e il 1994, Nausicaä della Valle del Vento può essere considerato come il primo film dello studio Ghibli, nonostante nasca ufficialmente solo l’anno successivo, e fu un enorme successo commerciale (742 milioni di Yen di allora), che finanzierà la sua creazione. Vinse numerosi premi e le code alle biglietterie dei cinema erano la norma.

Lo stile grafico (che ricorda tanto Moebius) che renderà, giustamente, famoso lo Studio Ghibli, qui si perfeziona: un personaggio femminile dal carattere deciso, l’equazione progresso sfrenato = distruzione dell’ecosistema, la natura che si ribella.

La storia raccontata nel film, porta sullo schermo solo due dei sette volumi pubblicati, ma nonostante ciò, la narrazione (seppur lenta, paragonata alle sceneggiature di oggi) non perde la sua linearità.

La protagonista, a parere di chi scrive il suo più bel personaggio, vive il suo ruolo di guerriera e di ragazza con molto trasporto e affrontando con coraggio le disgrazie che inevitabilmente ogni guerra comporta.

La colonna sonora di Joe Hisaishi, riprende lo stile di quegli anni: tastiere pompose che esaltano l’aspetto epico del film.

Il film è stato apprezzato in qualunque parte del mondo sia stato proiettato ed ha ricevuto un particolare encomio dal WWF per la sensibilità della storia verso la natura.


Il film si conclude in maniera in certo senso ottimistica, ma nel manga Nausicaä auspica che l'umanità saprà adattarsi di nuovo ad un mondo pulito e senza veleni, ma scoprirà che molto probabilmente non riuscirà a sopravvivere alla fine della giungla tossica, alla quale si è ormai assuefatto.